Mercoledì, 18 Dicembre, 2019

dott. Roberto Falciola - Presentazione " Stefano GERBAUDO - La santità a qualunque costo "

Seminario di Fossano 18 dicembre 2019
dott. Roberto Falciola
 

Grazie di essere qui questa sera. Per me è una cosa molto bella ogni volta mettere piede in Fossano, perché ho sposato una fossanese e qui è un po' come una seconda casa; anche verso la Chiesa di Fossano ho un grande affetto, perché attraverso l’esperienza dell’Azione Cattolica – sia prima quando ero responsabile dei giovani a Torino, poi attraverso i rapporti regionali e da responsabile nazionale dei giovani – ho avuto occasione di stringere legami di amicizia con tante persone. Ed è quindi con questa gioia interiore che mi sono messo al lavoro sulla figura di un figlio così interessante e affascinante della vostra Chiesa fossanese, che è don Stefano.
Il mio coinvolgimento è responsabilità di Gianpiero Pettiti. Aveva letto un mio lavoro su padre Enrico Mauri, anche lui assistente della Gioventù Femminile di AC nonché fondatore di un’Opera che si chiama Madonnina del Grappa, e ha pensato che potessi essere la persona giusta per qualcosa che fino ad ora non era mai stato fatto: cioè affiancare agli strumenti, molto ben fatti dal mio punto di vista, che appunto Gianpiero e Rosalba avevano elaborato negli anni una proposta biografica che raccontasse la storia di don Stefano inquadrandola in maniera più completa, dal punto di vista storico, nel suo contesto famigliare, sociale, culturale, storico ed ecclesiale. Un’operazione a cui mi sono accinto molto volentieri e che mi ha riservato la sorpresa – perché io non conoscevo prima don Stefano Gerbaudo – di incontrare una persona davvero importante, e adesso cercherò di spiegare il perché, e affascinante.

 

Una vocazione rivelata

Don Stefano Gerbaudo non doveva diventare prete: doveva fare il contadino, l’uomo di campagna. La sua vocazione c’era, ma era nascosta. Aveva dovuto abbandonare la scuola, perché all’epoca si facevano quei tre o quattro anni di elementari ma poi si andava a fare ciò di cui la famiglia aveva bisogno. Per lui, come per tanti altri ragazzi della sua epoca, voleva dire andare garzone presso altre famiglie di campagna. E quello sarebbe stato il suo futuro, se la sua maestra di catechismo non avesse avuto l’idea di chiedere un giorno se c’era qualcuno che aveva idea di farsi prete, e lui non avesse alzato timidamente la manina.

Questa esperienza di essere diventato prete perché la sua vocazione è stata «tirata fuori» in qualche modo, probabilmente l’ha guidato nell’opera che ha compiuto, nei suoi anni di sacerdozio, di aiutare altri ragazzi e altre giovani a scoprire la propria vocazione e a prenderla sul serio. In fondo – è una mia libera interpretazione, e accetto l’idea che sia magari sbagliata – forse la riconoscenza che provava per essere stato aiutato ad esprimere la propria vocazione lo portava ad essere guida vocazionale per restituire in qualche modo il dono che aveva ricevuto.

 

Testimonianze preziose

Tutti i santi, perlomeno quelli moderni che attraversano un processo canonico, possono fare il percorso che conduce alla proclamazione della loro santità perché ci sono altri che parlano di loro. Le persone che li hanno incontrati raccontano che cosa l’aver avuto a che fare con loro ha significato per la propria vita, quali aspetti del mistero della fede e del mistero della vita quell’incontro ha potuto svelare. Perciò non sarebbe stato possibile scrivere questo libro se non ci fossero state le testimonianze delle persone che hanno raccontato il loro incontro con don Stefano Gerbaudo. E chissà quante testimonianze sarebbero potute venire fuori, se ci si fosse messi prima a cercarle. Penso sia noto come la ricerca seria e approfondita dei testimoni sia cominciata a metà degli anni Ottanta, quindi trentacinque anni dopo la morte di don Stefano. C’era stata in verità una ricerca immediatamente dopo la morte, che il vescovo dell’epoca, monsignor Dionisio Borra, aveva promosso, e un sacerdote della diocesi, don Carlo Lenta, si era messo all’opera, raccogliendo un bel quaderno, dicono, ricco di testimonianze, di cui si era avvalso don Antonio Gazzera, il primo che nel 1958 ha scritto tracce biografiche di don Stefano. Quaderno che però è andato perduto; quindi tante cose che allora sono state raccontate di don Stefano noi purtroppo non le possiamo conoscere, a meno che un bel giorno, miracolosamente o quasi, questo quaderno salti poi fuori da qualche cassetto di Fossano.

Ciò nonostante, per fortuna è stato possibile ricostruire una messe copiosa di testimonianze che oggi ci parlano di don Stefano. E nel leggerle – se vorrete leggere questo libro – e nell’approfondire saremo arricchiti, ma non dovremo mai dimenticare che don Stefano è quello che viene raccontato in queste pagine – almeno io lo spero – ma è anche molto di più. Perché ognuno di noi è molto di più. Ognuno di noi è veramente un grande mistero insondabile, di cui chi ci incontra coglie qualche aspetto, vede qualche sfumatura e si fa contagiare da qualche entusiasmo o da qualche ricchezza che portiamo. Ma in fin dei conti rimaniamo comunque insondabili, perché solo Dio conosce veramente la realtà di ciò che siamo. Allora, con questa consapevolezza noi ci avviciniamo a una figura come quella di don Stefano Gerbaudo – come quella di qualsiasi santo, beato, venerabile, testimone che la Chiesa ci propone – cercando di capire come Dio ha lavorato dentro quest’uomo e che cosa ha saputo fare di quest’anima. E perché la sua testimonianza sia così interessante ancora oggi che sono passati tanti anni.

Tra le tante cose che sembrano importanti, voglio qui ricordare velocemente alcuni aspetti.

 

Un modello di prete

Il primo è questo.
Don Stefano diventa sacerdote con in testa un preciso modello di cosa vuol dire essere prete. Questo edificio, il seminario in cui ci troviamo, allora non esisteva. Lui che aveva passato tantissimo tempo in seminario e che ci è stato anche da morto, perché la sua salma è stata ospitata lì prima di andare in duomo per il funerale, non ha mai messo piede qui: quest’edificio non c’era. Prendiamo questo dato come una metafora: don Stefano aveva in mente un modello di prete che non esiste più da decenni, ormai. Un prete sociologo, Silvano Burgalassi, raccontava anni fa in un convegno che verso la fine degli anni Sessanta era stato ospite di una grande diocesi del Nord; il vescovo del luogo lo aveva accompagnato orgoglioso a vedere lo sterminato seminario che stavano finendo di costruire. Don Burgalassi raccontava di avergli detto: «Eminenza (mi pare fosse un cardinale), è certamente una bellissima costruzione; peccato che nel giro di pochi anni sarà vuota». Aveva ragione. E sappiamo tutti che i seminari ancora oggi risentono di questa lunga onda. Perché l’idea di prete è cambiata, il modello di sacerdote si è trasformato. Già Silvio Crudo ha ricordato le difficoltà che don Stefano ha avuto negli ultimi anni della sua esperienza di direttore spirituale quando, nell’immediato dopoguerra, ci si rendeva conto che la storia era cambiata: la Chiesa, che aveva fatto e vissuto cose inedite, stava cambiando, e con essa il modello di prete. Una ricerca che è cominciata allora e che non è ancora terminata. Però è interessante per noi capire che idea di prete aveva in mente don Stefano, perché lui si è modellato su di essa.

Era un’idea di prete che risaliva al secolo precedente e faceva riferimento al modello della cosiddetta Scuola francese, che aveva realizzato una grossa elaborazione, cominciata in realtà nel Seicento, di che cosa volesse dire essere prete nella modernità, come diremmo noi oggi. In velocissima – e spericolata – sintesi, riconduco quella elaborazione all’idea del prete «mangiato»: il prete che è l’Agnello, il Cristo, adesso; e come Cristo si è fatto uccidere, mangiare, per testimoniare l’amore di Dio, così il prete oggi deve fare la stessa cosa. Quindi è totalmente a disposizione dei fratelli e delle sorelle e dev’essere così libero e nudo e puro e povero da non tenere niente per sé, ma davvero lasciarsi mangiare dal popolo. Questa è l’idea di prete che don Stefano aveva in mente, sintetizzata da me davvero in maniera brutale, perché c’erano tomi di teologia per spiegare questa cosa; ma questa sintesi vuole solo far intuire come, quando noi lo vediamo agire attraverso il racconto dei testimoni, ci rendiamo conto che viveva quello che sentiva importante: il suo essere povero, spogliato di tutto, ha le sue radici in questa idea di prete e di santità sacerdotale, in cui egli realizza la sua vocazione. E sente che questo passaggio è talmente importante per ogni uomo o donna che viene al mondo che, nel momento in cui il vescovo gli affida i seminaristi come padre spirituale e le ragazze della Gioventù Femminile dell’Azione Cattolica come assistente, non può fare a meno di pensare che il suo compito principale sia prendere per mano ciascuna di queste persone e accompagnarla all’incontro con il Signore, per dare la sua propria risposta. Che è una risposta di santità. È questo un tema attuale sempre, nei duemila anni di storia della Chiesa, e che papa Francesco ha voluto sottolineare recentemente con la sua lettera dedicata esattamente a questo tema, che si intitola Gaudete et exsultate ed è bellissima: io credo che don Stefano avrebbe fatto capriole di gioia, leggendola.

 

L’apostolato

Secondo punto.
Questa spinta ad aiutare le persone a scoprire la propria vocazione nel mentre egli realizza la propria si esprime, io penso, in particolar modo nell’opera che fa come assistente della GF, nell’idea dell’apostolato.
Cioè il fatto che essere cristiani non è un vivere disincarnato e intimista, ma è stare con i piedi profondamente piantati nella storia. Lui esortava le sue responsabili di Azione Cattolica a usare la bicicletta (a una ha fatto imparare a usare il motorino, perché con la Lambretta si sarebbe spostata più velocemente per il suo servizio nei vari luoghi della diocesi), a pettinarsi con cura ed essere moderne anche nel vestito, per poter mettersi in relazione con le altre ragazze e riuscire a comunicare con loro. C’è un’opera di promozione della donna che don Stefano fa come assistente della GF che è fondamentale. In questo non è strano o particolare: lo facevano tutti gli assistenti della GF, in quel momento. La Gioventù Femminile di Azione Cattolica ha scritto una pagina di storia del nostro paese, aiutando le ragazze a prendere coscienza della propria dignità. Nelle tracce della scuola di propaganda che lui teneva alle responsabili di Azione Cattolica, e anche nelle tracce di conferenze che sono rimaste – lui era un uomo metodico, preciso, quando doveva parlare di qualcosa si faceva lo schema – troviamo proprio temi come: la dignità della donna, la donna che lavora, la donna in famiglia, e via dicendo…

 

Il sacrificio

Terzo tema (e finisco): il sacrificio.
Nella sua idea di vita cristiana questo è un tema fondamentale. Lo era anche in Azione Cattolica, se pensiamo che i giovani di Azione Cattolica avevano come motto «Preghiera, azione, sacrificio», e le ragazze «Eucarestia, apostolato, eroismo», ed era proprio del modello sacerdotale che lui aveva interiorizzato. La sua stanza in seminario era proverbialmente spoglia, ed anche la più fredda dell’istituto. Se mai andate in via Vescovado e vi mettete davanti al portone, alzate la testa e vedete la sua finestra (una fotografia nel libro permette di localizzarla). Non c’era più neanche l’essenziale. Racconta una delle ragazze che, un giorno dell’ultimo inverno che don Stefano ha trascorso, va nella sua stanza a prendere un libro o un oggetto e capisce che c’è soltanto una coperta lisa per coprirsi di notte; alla sua osservazione, don Stefano risponde che gli basta così, che lui ci mette sopra il cappotto.
Ma il tema del sacrificio viene fuori anche in maniera significativa nell’opera educativa. Invita le ragazze a fare i «fioretti», come l’andare in giro d’inverno senza guanti che è già stato ricordato, però anzitutto vivendoli lui in prima persona. Dice una delle ragazze, diventata poi suora, nella sua testimonianza: «Perché poi uno da grande capisce cos’è il fioretto»; è l’allenamento al sacrificio, che fa crescere, attraverso la sua pratica, dentro di sé l’abitudine a mettere gli altri davanti a se stessi, che è un fondamento della carità cristiana, come sappiamo tutti.
E il sacrificio della vita che don Stefano fa è l’esito di questo formidabile grande allenamento. Lui che si allena a stare inginocchiato senza poggiare i gomiti, e lo fa per così tante ore che le rotule rimangono segnate. Lui che si allena così a lungo, dando via le cose che possiede mettendo le esigenze degli altri davanti alle sue. Ci sono delle testimonianze molto belle della sua delicatezza umana, come quella di una sua figlia spirituale che pensava fosse un privilegio riservato alla sua famiglia il fatto che il giorno della cresima del figlio, verso sera, fosse arrivato a casa don Stefano a salutarli. Per poi scoprire invece che si era già fatto tutto il pomeriggio e la sera andando a visitare tutte le famiglie in cui un bambino aveva la prima comunione o cresima (non ricordo più esattamente). O come quelle di chi era stato consolato di un lutto in famiglia, o gli aveva raccontato di un problema e, magari dopo una settimana o un mese, incontrandolo si è sentito chiedere notizie di quello, dimostrando di ricordarsene e averlo custodito dentro di sé. Vediamo così allora che l’offerta della vita, che è ovviamente eroica, è l’esito di un grande allenamento. L’allenamento ad essere santi, a cui egli continuamente esortava gli altri, esortava tutti, i giovani seminaristi come le giovani della GF, e che prendeva anzitutto come primo compito per se stesso.

Finisco qui, altrimenti rischio di togliervi il gusto di leggere il libro e non va bene. Sono a vostra disposizione se avete piacere di chiedere qualcosa, se ci sono delle domande ben volentieri e anche se volete raccontare per voi chi è don Gerbaudo, perché è un’avventura che stiamo vivendo tutti insieme quella di farci aiutare da lui nella nostra via di santità.

 

D (Riccardo)
Mi stupisce sempre la sua capacità di conquistare i giovani. Qual è il segreto?

R
Attraverso l’esempio, e non solo. L’esempio è fondamentale, e questo lo dicono tutti gli psicologi e gli educatori con un briciolo di buon senso: lo dicevano già i nostri bisnonni. Ma un altro fattore è importante: che l’esempio sia accompagnato dall’indicazione precisa di qual è la meta. È molto importante per i ragazzi che venga loro spiegato, raccontato e poi messo in pratica dando l’esempio, qual è il senso della vita, dove bisogna puntare nell’esistenza. Questo è un dato oggi drammatico. Mia moglie insegna a Racconigi all’Istituto tecnico ormai da tanti anni e sempre mi racconta la difficolta dei ragazzi di oggi di rendersi conto che la vita può avere un capo e una coda, che si può fare un progetto. La maggior parte dei ragazzi, specialmente quelli meno attrezzati culturalmente, quando viene loro chiesto quale sia il sogno che hanno per se stessi, non sanno rispondere. Perché hanno perso addirittura la coscienza della possibilità di nutrire un sogno per la propria vita. Allora per gli educatori la prima scommessa è far scoprire ai ragazzi che hanno il diritto di avere un sogno per se stessi. Perché da lì parte tutto. Ecco l’importanza di indicare la meta. Questa cosa don Stefano ce l’aveva chiarissima, e lo faceva sempre; le dava diversi nomi, tra i quali il più alto era santità. Ma dentro questa grande parola c’era anche la dignità del proprio essere donna, del proprio essere uomo, l’importanza di trovare una strada per realizzare la propria identità cristiana nel mondo, e così via.

D (Vittorina)
Io ho una domanda riguardo al libro: perché hanno fatto una copertina così nera?

R
Questo libro è entrato a far parte della collana «Testimoni» della casa editrice AVE, che è l’editrice dell’Azione Cattolica Italiana. In questa collana tutti i volumi hanno la copertina nera e portano come titolo il nome del personaggio di cui si parla. L’unica cosa che cambia è il colore del titolo e ce l’hanno fatto scegliere tra quattro proposte diverse.

D (Anna)
Quando penso a don Stefano mi viene sempre in mente quando Maria arriva da Elisabetta, con il bimbo che al suo saluto sussulta di gioia perché Maria sta portando con sé Gesù. Penso che sia proprio questa la caratteristica dei sacerdoti, ma anche di noi battezzati, cioè riuscire a trasmettere Gesù, ma senza tanto parlarne. Perché veramente don Stefano ce l’aveva dentro, era diventato un’unica cosa con la Santissima Trinità: per lui non c’era giorno, non c’era notte, non c’era momento in cui non fosse in continuo contatto con la Santissima Trinità. Trasmetteva lo Spirito Santo che agiva in qualsiasi momento dei suoi rapporti, anche i più banali, più quotidiani, più semplici, appunto come una Maria che va a salutare la cugina. Io penso che sia proprio questa la caratteristica di don Stefano: cioè il fatto che lui fosse come una cisterna che si riempie d’acqua e durante la giornata la dona a tutti quelli che incontra. E poi la sera si può ricaricare: ricordiamo come fosse in rapporto intimo di adorazione.

R
Grazie. Teniamo presente come questa sua spiritualità così potente fosse anche innervata da una formazione teologica significativa. Questo è importante ricordarlo, per non fare di don Stefano un mistico spontaneo. Nel senso che la sua fede era fortissima, certamente aveva una sorgente da cui sgorgava, e questa era innervata da una formazione teologica comunque robusta, che è quella che aveva ricevuto in seminario. Potremmo pensare che fosse più «semplice» rispetto alla formazione teologica che viene trasmessa oggi nei seminari, ma anche all’epoca c’era una manualistica impegnativa.

E l’altro ingrediente che mi fa piacere ricordare, sull’onda di quello che diceva Anna, era la formazione spirituale di impronta mariana, che lui aveva interiorizzato. Perché ci sono le tracce delle sue conferenze che lo testimoniano, ed anche il ricordo stesso che hanno gli ex seminaristi e le ex ragazze della GF di come lui tantissime volte aiutasse proprio a pensare la propria vita di fede e la propria testimonianza della fede attraverso il filtro mariano. Era l’impostazione di san Luigi Maria Grignion di Montfort, per cui le cose si fanno con Maria, per Maria, in Maria e attraverso Maria. Mi sembra una cosa importante da ricordare.

D (Giovanna)
Una domanda partendo da quanto tu dicevi, che don Stefano aveva come modello la figura del sacerdote che, praticamente, è un altro Cristo. Però don Stefano si donava come ostia anche per i sacerdoti… La scuola per i sacerdoti oggi è cambiata, però quel faro continua ad essere un punto di riferimento per i sacerdoti di oggi.

R
Secondo me sì, a patto di intenderlo nella maniera corretta. In questo senso, dal mio punto di vista non sarebbe corretto se un giovane seminarista di oggi si rifacesse a quel modello sacerdotale saltando a piè pari i settant’anni che sono trascorsi. Che è il rischio che alcuni giovani seminaristi di oggi – non parlo delle diocesi cuneesi, ma in generale – stanno correndo. Cioè quello di «riscoprire» un modello sacerdotale che si rifà ad una Chiesa che però non esiste più, e quindi portando con sé tutta una serie di conseguenze assai rischiose, non solo per se stessi, ma per tutte le persone con cui loro avranno a che fare da sacerdoti. La maniera corretta invece sarebbe: attraversare quel modello, interpretandolo, attrezzandosi per capirlo in profondità e cogliere di quel modello le radici che sono valide per ogni tempo della Chiesa. Certamente anche oggi i sacerdoti sono chiamati ad essere altri Cristi. Così come, il Concilio ci insegna, tutti i cristiani sono chiamati ad essere altri Cristi. Allora, qual è lo specifico del sacerdote oggi? Questo è il grande interrogativo a cui bisogna rispondere. A cui i laici e i preti forse insieme dovrebbero cercare di rispondere. Oggi che il numero dei preti sta scemando sempre più e il dibattito è apertissimo sul futuro della nostra Chiesa, delle nostre comunità e delle nostre stesse strutture parrocchiali, su chi dovrà guidarle, in che maniera, che ruolo dovranno avere i laici e via dicendo. Sono grandi temi.
Certamente la figura di don Stefano ci può aiutare, perché lui scende alle radici. Per se stesso e per le persone che incontra, la cosa più importante che fa è aiutare ad andare alla radice, che è il rapporto d’amore con Dio. Attingere a questa radice permette ai cristiani di ogni tempo di essere sintonizzati con il proprio tempo. Perché noi siamo i primi cristiani, non siamo gli ultimi di una lunga storia. Siamo i primi cristiani che affrontano le sfide del nostro tempo. Siamo i primi cristiani che hanno a che fare con la tecnologia avanzata, con il mondo globalizzato, con l’ingegneria genetica, con i temi della bioetica, con le problematiche ecologiche, con l’intreccio tra la biologia e la tecnologia. Allora, sempre lo Spirito genera nei cristiani risposte nuove per un tempo nuovo. E quindi genera nei preti nuovi risposte nuove, adeguate a questo tempo, radicate in quello che è vero sempre, da sempre, e che non potrebbe essere diverso.

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