Mercoledì, 18 Dicembre, 2019

Fossano 18.12.2019 dott Silvio Crudo -Presentazione libro Don Stefano Gerbaudo

 Seminario di Fossano 18 dicembre 2019
dott Silvio Crudo

Per la nostra chiesa locale credo che, anche se non lo scopriamo adesso, penso che abbia detto tanto.
Io mi limiterei, anche per non sovrappormi a don Pierangelo e a Roberto, a dirvi e lasciarvi un po' alcune suggestioni che hanno colpito me interessandomi in questi anni, scartabellando il nostro archivio diocesano dell’Azione Cattolica di Fossano e leggendo il libro di Roberto. Suggestioni che più mi hanno smosso (diciamo).

Sono tre i punti: uno è la meta che don Stefano ha instancabilmente indicato; secondo punto un aspetto dell’insegnamento, a cui ha fatto cenno don Pierangelo, ma che rischia di passare un po', nella fotografia del personaggio, un po' sotto traccia e che ne ripropone la modernità nel senso che diceva un momento fa Walter; e poi una costante dello stile che mi ha colpito molto.

La meta. La meta è quella santità. In questo libro tutte le interviste, tutte le testimonianze la segnalano. Però credo che ci sia da sottolineare un aspetto: è una santità indicata come meta, ma è una santità praticata.

A me ha colpito molto quest’immagine trasmessa, credo da don Genesio, di questo prete, penso nella penombra, che neppure si accorge che i chierici del seminario entrano, immobile nella sua posizione, nella sua postura. Ho avuto la fortuna di vedere anche - me l’ha fatto vedere quello che era parroco di Centallo prima- quando è stato riesumato, le ossa delle ginocchia consumate. Impressionante. Era insomma una santità praticata. E questo, secondo me, lo rendeva affascinante per i suoi tempi e lo rendeva credibile. Perché oggi a parlare di santità siamo in tanti, ma la santità praticata è un’altra cosa, credo.

Credo tra l’altro che sia un messaggio di assoluta attualità. Anzi credo che sia per la nostra Chiesa e per noi stessi un messaggio di urgenza, perché, nelle migliori delle ipotesi, oggi la fede è considerata una consuetudine, mentre è una scelta di vita. Una differenza. Questo è il primo punto.

Poi c’è l’insegnamento. Quello che dicevo, forse rischia di passare un po' sotto traccia, ma ne propone l’assoluta modernità. Qui c’è un capitolo in questo libro che ha il titolo: “non era una piazza, ma un monastero” parlando della personalità di don Gerbaudo. Non era una piazza, ma un monastero. Effettivamente, se si leggono le testimonianze, questo è. Però credo che vada sottolineato che era un monastero, ma un monastero che non dimenticava la piazza.
E mi hanno colpito due aspetti in modo particolare: cioè che era molto esigente, ma per nulla estraneo e disincarnato. Non era estraneo. La non estraneità è dimostrata dall’assoluta modernità della proposta di un Istituto secolare. Io credo che, ne ha fatto cenno prima anche don Pierangelo, vada inquadrata storicamente questa questione. Lui fa nascere questo Istituto, a cui non ha dato neppure il nome, anche se l’idea di Istituto secolare forse non circolava ancora. Mi pare che Pio XII in qualche modo formalizzerà la presenza. Ma il vostro Istituto il suo statuto definitivo ce l’avrà solo nel 1980, trent’anni dopo la morte di don Gerbaudo. Questo ne segnala la modernità.
Una modernità fra l’altro che nasce da una intuizione - questo è un altro aspetto che secondo me va rimesso in evidenza di don Gerbaudo – dal fatto che non era un sacerdote, pur nella sua umiltà, che esaurisse il suo sguardo nella diocesi di Fossano. Anche se allora di preti ce n’erano tanti e quindi da fare c’era tanta roba. Però non solo lo sguardo, ma anche la presenza. Qui sono segnalate diverse presenze a convegni nazionali della GF dell’Azione Cattolica. Quello gli consentiva di ricevere suggestioni, di intuire quel collegamento che viene richiamato ad un certo punto con Padre Pianzola di Mortara, che ha fondato l’Istituto, la conoscenza dell’opera della regalità di Padre Gemelli e di Armida Barelli, gli Oblati di Cristo Re che erano stati fondati da Padre Enrico Mauri che è stato il primo assistente nazionale della GF. Cioè, lui era un personaggio che, pur considerando i tempi, viaggiava, guardava, non si estraniava nelle poche occasioni che aveva di capire come girava il mondo. Questa, secondo me, era una risorsa che gli ha consentito di avere quelle intuizioni che appunto poi vengono concretizzate in questo Istituto secolare.
E poi, che non fosse disincarnato, lo racconta la storia del vostro Istituto. A me ha colpito nello statuto del 1944 come primi impegni che lasciava. Chiedeva alle sue Cenacoline di restare nel mondo perseguendo ognuna la propria vocazione. Una suggestione per chi conosce un po' la storia del Concilio, che riecheggia il numero 31della Lumen Gentium dove viene definito il compito della vocazione dei laici. E poi lo racconta la storia delle Cenacoline. Ma non solo la storia dell’Istituto, Francia, Egitto, Brasile, Argentina, ma la storia personale. Cioè voi Cenacoline siete state un esempio proprio perché non vivete una storia di fede disincarnata: mestiere, a volte sindacato, la politica. Ho avuto un’esperienza da questo punto di vista nel 1970, quando Manfredi a Fossano fondò la Nuova Frontiera e nella lista con noi c’era una signora che io non conoscevo. Poi ho chiesto:” questa è una Cenacolina!” Per me è stata una scoperta. Improvvisamente, nel ’70, trovare una Cenacolina che si mette in lista con Manfredi. Poi forse non è uscita, però dà un senso per chi ha un’immagine quasi ascetica di don Stefano. E sì, c’era un ascetismo, ma un ascetismo che aveva ben presente come girava il mondo. E credo che questo sia un aspetto del suo insegnamento da non dimenticare.

Poi c’è un’indicazione che viene a noi, che faccio mia, perché a volte c’è il rischio che queste cose qui, quando si parla di rapporti tra piazza e campanili, tra monastero e mondo, di lavorare sugli stereotipi per cui conta di più la forma che la sostanza. Don Gerbaudo, questa situazione qui, di chi confondeva la forma con la sostanza, l’ha cominciata proprio in seminario con i suoi chierici. Nel 1948, in un momento piuttosto ribollente anche dal punto di vista politico, vedevano in lui una persona - loro erano molto attratti da cosa stava avvenendo nel nostro paese con questo scontro durissimo, in questa repubblica nascente, tra democrazia cristiana e partito comunista - quindi lo trascurano un po'. Tant’è vero che lo criticano e lui ne risente, soffre, chiede addirittura di essere sostituito. Probabilmente quei chierici rischiavano di riassumere nella piazza anche il monastero, mentre le due cose, secondo me, è giusto che restino distinte. Perché chi è nella piazza e accetta di andarci, poi deve ricordarsi la ragione per cui è nella piazza, quindi deve ricordarsi del monastero.

Poi c’è l’ultimo aspetto che mi sembra importante sottolineare, almeno a me ha colpito, è la costante nello stile. Tutte le testimonianze ricordano come don Stefano fosse sempre presente, sempre in anticipo con qualunque tempo. Senza guanti, arrivava in anticipo anche se faceva freddo. C’è una lezione che credo sia importante – almeno io la prendo per me – che il compito di chi ha delle responsabilità non è solo quello di indicare delle mete, ma quello di testimoniare nella quotidianità che quelle mete si possono raggiungere e come vanno raggiunte. Perché indicare la meta forse ci arriviamo tutti, praticare la strada di sacrificio quotidiano che consente di arrivare alla meta è un’altra cosa.

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